Perché in alcune società c’è più violenza, più ignoranza, maggiore disagio psichico, orari di lavoro più massacranti, più malati, più detenuti, più tossicodipendenti, più ragazze-madri, più obesi che in altre? Lo spiegano Richard Wilkinson e Kate Pickett in La misura dell’anima, un saggio che raccoglie trent’anni di studi empirici sugli effetti della disuguaglianza economica. In libreria da oggi, pubblicato nella «Serie Bianca» Feltrinelli, tradotto col sudore della mia fronte.

È un libro che consiglio vivamente a chi desidera andare oltre i luoghi comuni della «crescita» e del «benessere», accettando di confrontarsi con una mole di dati non indifferente per cercare di comprendere le cause di molti dei malesseri che affliggono le società contemporanee. L’approccio scientifico degli autori non deve scoraggiare: Wilkinson e Pickett trattano la materia con chiarezza e leggerezza, aiutando il lettore a interpretare dati, indici, statistiche. Il saggio, che «The Guardian» ha definito «il libro più importante dell’anno», aggiunge un altro tassello a un quadro che si va componendo sempre più nitidamente: il modello economico neoliberista, spacciato dopo la caduta del Muro di Berlino come l’unica alternativa praticabile, nella misura in cui porta ad un aggravarsi delle disparità economiche non potrà mai essere causa di benessere. Meditate gente, meditate…

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