L’Associazione Paolo Sylos Labini, che prende il nome dal grande economista italiano scomparso nel 2005, ha promosso un Manifesto per la libertà del pensiero economico contro la dittatura della teoria dominante e per una nuova etica (economica). Articolato in cinque punti, il Manifesto si propone di «suscitare una discussione aperta sugli orientamenti della ricerca economica e delle sue implicazioni politiche e culturali».

Che all’interno della professione economica sia in atto una profonda riflessione sulle gravi implicazioni del pensiero unico neoliberista non è una novità. Moltissimi saggi di argomento economico che ho tradotto negli ultimi due anni hanno denunciato l’ideologizzazione della disciplina economica, che a partire dagli anni ottanta non ha fatto altro che esaltare «le magnifiche sorti e progressive» del libero mercato e della libertà d’impresa, considerati motori infallibili di progresso e di benessere. Adesso la crisi finanziaria del 2008-09 sembra aver risvegliato la professione dallo stato di ipnosi collettiva in cui molti erano precipitati. Ben vengano perciò iniziative come il «Manifesto» volte a reindirizzare il pensiero economico verso il reale soddisfacimento dei bisogni umani (anziché verso l’arricchimento di pochi).

C’è solo un appunto che mi sento di muovere a quanti invocano una «libertà del pensiero economico»: se tale libertà per molto tempo non c’è stata forse è perché molti illustri esponenti della professione hanno preferito saltare sul carro del vincitore, agganciarsi al treno del pensiero dominante, magari per ottenere qualche pubblicazione in più o un prestigioso incarico di consulenza nel settore pubblico. La «dittatura del pensiero economico» è stata favorita in primo luogo proprio da quanti oggi ne denunciano gli esiti disastrosi. Dove eravate, cari economisti, mentre nelle università si continuava (e si continua!) a proporre il modello dell’homo oeconomicus e il mantra dell’efficienza dei mercati?

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4 commenti a “Manifesto per la libertà del pensiero economico”


  1. Cara Signora Oliveri,

    eravamo qui

    http://www.syloslabini.info/online/wp-content/uploads/2008/09/267-sylos-labiniita.pdf

    E’ un articolo pubblicato nel 2003 dove papà aveva messo in luce tutti i rischi che l’economia americana stava correndo e le analogie con la situazione che aveva portato alla grande crisi del 1929.

    Cordiali saluti.

    Stefano Sylos Labini


  2. Caro signor Sylos Labini,

    La ringrazio per la segnalazione, leggerò l’articolo con molto interesse. Va da sé che il mio «appunto» era rivolto all’intera professione economica. Sono consapevole che non tutti i suoi esponenti hanno sposato acriticamente il pensiero economico dominante, ma ammetterà con me che le voci di dissenso sono state relativamente poche, e poco udibili. Tuttavia, il mio commento voleva evidenziare soprattutto una cosa. Di solito, quando si invoca la «libertà di pensiero», è perché c’è qualcuno o qualcosa che impedisce di esercitarla. Allora le chiedo: chi o cosa ha impedito negli ultimi trent’anni alla maggior parte della professione di esercitare quella «libertà di pensiero» che voi giustamente rivendicate?


  3. Io credo che le voci di dissenso non erano poi così poche, ma certamente non hanno avuto molto risalto sia all’interno del mondo accademico sia nell’opinione pubblica sia a livello politico. La libertà di pensiero non ha avuto spazio nei grandi mezzi di informazione (giornali e televisione) ma ha trovato delle nicchie principalmente nei siti internet. In sostanza, noi stiamo cercando di creare delle condizioni affinchè le teorie alternative a quelle del “mainstream” neoclassico, secondo cui il mercato è perfetto e infallibile, abbiano il giusto spazio e adeguata diffusione. Credo altresì che debbano ritornare in campo concetti come programmazione degli investimenti e politiche dei prezzi e sia necessario un ruolo attivo dello Stato nella creazione e nella distribuzione della ricchezza.


  4. Benissimo. Le auguro ogni successo in questa iniziativa, perché ce n’è davvero un gran bisogno. Aggiungerei soltanto che le teorie alternative al «mainstream» dovrebbero trovare molto più spazio anche all’interno dei programmi di insegnamento universitari. Chi si accosta per la prima volta allo studio dell’economia non dovrebbe vedere solo un mondo asettico fatto di curve di domanda e offerta che raggiungono l’equilibrio come per magia, ma tutta la ricca complessità di un universo popolato da individui imperfetti che prendono decisioni imperfette in contesti caratterizzati da incertezza. Altrimenti si rischia davvero di credere che l’ipotesi dei mercati efficienti corrisponda a verità.

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